Acqua zuccherata e rivoluzioni

Quello che sto pensando da qualche giorno avendo in mano il mio iPhone (e prima il mio iPod touch, ma non ne percepivo la portata rivoluzionaria allo stesso modo) è quanto c’è ancora di innovativo, di futuribile, nell’informatica. E quanto, futuribile o no, può essere bloccato dalle nostre paure di violazione di privacy e tutto il resto, ma magari di questo ne parliamo più avanti.

Ogni tanto mi rimetto a pensare agli anni 70. Non che ne sia nostalgico (peraltro sono dell’80) ma mi viene in mente che periodo che era. Musicalmente, finiti gli anni Sessanta, ci si trovava con l’ondata di innovazione dei Beatles lì a portata di mano e tutto il resto di cui ora non sto a parlare perché tanto lo sapete. E se non lo sapete filate a studiare. Culturalmente e politicamente finito il Sessantotto e tentandone di filtrare i contenuti ci doveva comunque essere in giro un’aria tutta particolare. Lasciando perdere la retorica del periodo sto pensando più che altro agli esperimenti tipo Primavera di Praga. In ultimo il pensiero corre a luoghi della mente ma soprattutto fisici che in qualche modo hanno lasciato il segno. Londra. La California non tanto di Los Angeles quanto quella di San Francisco, per esempio. In questo panorama vediamo nascere delle figure che ormai sono rimaste mitiche nelle menti di molti di noi. Praticamente delle rockstar. Nomi, Wozniak, Jobs, Gates, di miliardari. Alcuni di questi con una visione. Ecco, non voglio scrivere il solito pezzo che racconti delle avventure, degli scazzi, degli upside down di questa gente. Voglio solo ripensare a come, in questo scenario, ci potessero essere delle visioni quasi mistiche di cambiamento del mondo.

Basta così, che se ne parla e se n’è parlato fin troppo.

Ritorniamo un momento all’iPhone: la portata rivoluzionaria di un oggetto di questo tipo c’è ma non si vede. C’è nell’aver fatto da cavallo di Troia per un passo importante per tutti noi, almeno nel mondo occidentale. Ossia la possibilità, nonostante le spremiture degli operatori mobili – o almeno cercando di superare dette spremiture – di avere davvero internet nella tasca interna della giacca. Sto pensando a quanto ancora si può fare e a quale indotto genera tutto ciò. Sto pensando al fatto che mi son sempre detto che “era un periodo magico, quello dei ’70”, e invece non è affatto vero, nessun periodo magico. Spuntavano nuove tecnologie, spuntavano i computer. Ora non spunta nulla, se ci pensiamo tutte le tecnologie che usiamo oggi sono evoluzioni di quelle tecnologie. Non è più possibile avere visioni rivoluzionarie.

E invece non è vero, la rivoluzione è ancora da compiere definitivamente. E la fetta di mercato è enorme. Questo è il capitalismo che – lo ammetto – mi entusiasma. Quello che mi piace, quello per cui giustifico manie dei consumi e anche un certo ribrezzo per questa società. Quel capitalismo portatore di visioni “alternative”. Nessuno di noi, in questo Paese come altrove, ha probabilmente velleità imprenditoriali tali da potersi pensare come “Steve Jobs del terzo millennio” (e per fortuna, perché sarebbe ridicolo), ma quel che è vero è che c’è tanto, ancora, tantissimo spazio per innovare e portare sensibili modifiche alla vita di tutti i giorni di ognuno di noi. In meglio. Anche nell’ottica del consumismo, perché no. Migliorare l’accesso ai consumi, detta così suona molto meglio. Resta il problema che questo discorso è purtroppo valido solo per una parte del mondo, ma non è questa la sede per parlarne, e comunque non è un problema che né io né nessuno di voi può decidere di risolvere dall’oggi al domani. Quello che voglio dire e rimarcare è che oggi come oggi “il futuro” è ancora lì dentro: in questi mattoncini che ci fanno da interfaccia per un mondo intero, nel software e in quanto tutto ciò è ancora integrabile. Ci sono ancora spazi enormi da riempire, e trovo assurdo che in Italia ci sia così poca gente con la voglia di riempirli. Pochi maledetti e subito, qui da noi, mentre fuori, davvero, si innova, capendo che l’investimento migliore è quello sul lungo periodo, quello frutta. Guardate Youtube.

Forse è perché da noi non esistono i capitali di ventura. Forse non ci sono le idee né le competenze. O forse perché manca la circolazione delle informazioni fra gli imprenditori. Da imprenditore quale sono ho tentato di contattare una certa azienda che offriva un certo servizio sul web per un tot di tempo, non ci sono riuscito, non c’è stato modo. Il contatto doveva servire ad espanderci reciprocamente, offrendo un servizio di integrazione dei loro servizi. E’ un vero peccato. A prescindere dalla mia esperienza chissà se questo Paese in questo senso prima o poi si sveglierà. Poi pensi a questi ragazzi di nemmeno trent’anni con una SPA della madonna sulle spalle, nata in un garage – tutta la sfilza di retorica a piacimento – e un po’ ti deprimi.

La vita informatica di ciascuno di noi, a partire dalle interfacce a concludersi con l’uso quotidiano è appena iniziata. Speriamo che prima o poi anche l’Italia tiri fuori idee con le palle e capisca, piuttosto che passare soldi a politici o amministratori, quanto è importante, nel confronto con il mondo esterno, con l’Europa per esempio, quanto sono necessari capitali per ricercare e sviluppare idee.

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